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ARRIVEDERCI, GUIDO!

Caro Guido, te ne sei andato quatto quatto, senza disturbare, tra il caloroso affetto della tua famiglia che ora sente un grande vuoto, ma anche tutto quell’Amore che tu hai generato in coloro che ti amano e che ora rappresenta una consolazione al tanto dolore.

Hai affrontato la tua malattia con una dignità unica, ma anche con l’ironia che sempre ti ha accompagnato soprattutto durante le prove più dure che la vita ti ha posto davanti.

Ci hai insegnato che è meglio condividere piuttosto che rimanere chiusi nel proprio dolore.

Che bisogna saper trasformare il dolore in Amore. Un Amore che non chiede ricompensa, un Amore incondizionato.

Hai sognato un mondo diverso, dove trionfassero i valori della solidarietà e della non violenza in questa società odierna un po’ (molto) persa, valori che non hai mancato mai di trasmetterci.

Faremo tesoro del tuo passaggio terreno e della traccia che hai scolpito sul nostro cuore.

Ti voglio tanto bene.

Bonaria

 

Questa è per te, amico mio...

 

SARDEGNA. IL PICCOLO POPOLO DELLE JANAS

SARDEGNA. IL PICCOLO POPOLO DELLE JANAS - Sla ......pussa via!

Il popolo delle Janas viveva sui fianchi delle colline, dentro piccole grotte scavate nella roccia: le domus de janas, che ancora esistono a centinaia e a migliaia, sparse in tutta la Sardegna.

Non erano né fate, né streghe, ed erano l'una e l'altra cosa assieme. Erano donnine piccole come uccelli di campo e, comunque, non più alte di un palmo. Belle come la luna, uscivano dalle loro grotte soltanto di notte, per paura che il sole bruciasse la loro pelle delicata.

Erano venute da paesi lontani e misteriosi, portandosi appresso immense ricchezze.

Avevano unghie lunghissime d'acciaio, con cui scavavano le loro casette nella viva roccia; ma avevano anche dita così sottili e delicate che potevano ferirsi a strappare una foglia di prezzemolo.

Trascorrevano l'intera giornata a tessere e a ricamare abiti preziosi di lino e di broccato, trapuntati con fili d'oro e d'argento. E mentre tessevano, cantavano con voce meravigliosa, che incantava.

Non uscivano quasi mai dalle loro domus, dove gli oggetti e le suppellettili avevano le giuste misure per la loro statura, e solo raramente socializzavano con gli uomini.

Le janas di Montoe, presso Pozzomaggiore, volavano di notte, silenziose, dentro le case del paese, attraverso le piccole fessure o le finestrelle semiaperte,e curiosavano tra la gente addormentata.

Se qualche essere umano gli piaceva, lo chiamavano bisbigliando il suo nome per tre volte. E se la persona prescelta si svegliava, la invitavano a seguirle fino alle loro casette tra le rocce, rischiarando la via con i loro corpicini luminescenti.

Dentro le case, mostravano agli ospiti fortunati immensi tesori, che suscitavano stupore e cupidigia. Ma gli uomini non sapevano che tutte quelle meravigliose ricchezze non potevano essere sfiorate davanti alle janas, che ne erano gelosissime, perche immediatamente oro e gioielli si tramutavano in cenere e carbone. Nessuno sapeva perché esse non parlavano che per impossessarsi del tesoro delle janas occorreva ritornare nelle minuscole casette sulle colline in pieno giorno, con in mano un rosario o un oggetto benedetto. Per questa ragione, a Pozzomaggiore nessuno diventò mai ricco.

Ma guai a tentare di derubare le janas con la forza e con l'astuzia ! Ecco che cosa accadde un giorno a un giovanotto che tentò di portar via un prezioso scialle tessuto con fili d'oro che le fatine di Funtana Pinta, nei pressi di Siligo, avevano steso all'aria ad asciugare.

Silenzioso come una volpe, il giovane si avvicinò alle rocce su cui stava lo scialle e con un velocissimo colpo di mano lo afferrò, precipitandosi subito dopo lungo il pendio e correndo a perdifiato fino al luogo in cui aveva lasciato il suo cavallo. Ma le janas lo aspettavano proprio in quel punto e lo attaccarono furiose come uno sciame di vespe impazzite.

L'uomo riuscì ugualmente a montare a cavallo e a partire a galoppo; ma le minuscole streghe si attaccarono alla coda dell'animale e lo pungolarono con ferocia fino a farlo imbizzarrire .

Così il cavallo disarcionò il suo padrone, che si trovò a tu per tu con gli occhietti luccicanti delle donnine delle colline. Erano occhi terribili, che gli esseri umani non erano in grado di fissare a lungo, perché si trasformavano in statue di pietra.

E così infatti avvenne: l'incauto giovanotto fu pietrificato all'istante e non poté raccontare a nessuno la sua impresa.

Ma ben più terribile era la sorte di chi si imbatteva nelle "malas janas" di Tonara. Costoro stendevano sotto le loro grotte un bellissimo velo bianco che ricopriva l'intera pianura. L'ignaro viandante che si trovava a passare da quelle parti restava inesorabilmente abbagliato da tanto splendore e come invischiato in un incantesimo mortale.

Allora il poveretto veniva catturato da un nugolo di nani malefici , che lo ficcavano in una grande buca sul terreno, assieme ad altre vittime. E qui giungeva a un certo punto la "jana maísta", che succhiava loro tutto il sangue. E una volta saziatasi di sangue umano, la "jana regina" volava a rinchiudersi per tre giorni in una grotta, dove partoriva altre minuscole janas. Per fortuna la malas janas di Tonara si estinsero molto presto, perchè rimpicciolirono sempre di più, fino a confondersi con i vermi della terra. Le altre fate invece durarono più a lungo e vissero in pace e in armonia con gli esseri umani, almeno fino all'epoca in cui arrivarono in Sardegna i pisani. Erano tempi in cui il mondo non conosceva né malizia né cupidigia. Le janas che vivevano sul Monte Manai, vicino a Macomer, nei giorni di festa scendevano addirittura in un sito chiamato Sa Rucchitta per ballare con la gente del paese. E siccome erano bellissime, gli uomini le invitavano spesso a entrare "in su ballu tundu" (nel ballo tondo) il cui grande cerchio danzante occupava quasi tutta la piazzetta.

Un giorno una jana di nome Giula entrò nel ballo e scatenò al ritmo delle "launeddas", antichissimo strumento musicale a fiato, passando dall'uno all'altro ballerino leggera e felice come una farfalla.

Ma a un tratto Giula sentì il richiamo delle sue compagne che, dall'alto delle domus, la mettevano in guardia:

 

Giula Giulitta

 sos buttones ti chirca.

Giula, Giunone,

chircadi sos buttones

 

La danza cessò di colpo. Giula guardò allora il suo corpetto di velluto e si accorse che i bottoni d'oro filigranato erano misteriosamente spariti: qualcuno li aveva rubati. In quel momento le janas capirono che l'avidità e la malizia erano purtroppo apparse anche tra la buona gente di Sardegna e decisero perciò di sparire per sempre abbandonando le loro minuscole case sulle colline, che ancora occhieggiano come finestrelle aperte su un mondo misterioso e ormai perduto.


Fonte: La mia isola

Le Domos de Janas

Le Domos de Janas - Sla ......pussa via!

Le domos de Janas, il cui termine significa 'case delle fate' in quanto, si pensava che queste piccole costruzioni fossero le loro abitazioni, sono in realtà, grotticelle sepolcrali scavate nella roccia, risalenti al neolitico recente.

Sono provviste di un ingresso a forma quadrata, spesso, sono costituite da una o più cellette di forma quadrangolare e talvolta intercomunicanti fra loro.

Queste 'domos', rappresentano oggi per l'isola, la più antica arte funeraria.

Si pensa ad un popolo laborioso ma soprattutto, religioso, grazie ai simboli della forza maschile, quali Sole e Toro, presenti in alcune grotticelle. Questi popoli infatti, non hanno costruito solo semplici tombe ma veri luoghi di culto poichè, alla base, vi era la speranza, da parte dei vivi, in una rinascita dopo la morte grazie al potere fecondatore della divinità maschile del Dio Toro e quella femminile della Dea Madre.

I corpi, venivano deposti in posizione fetale e, accanto alle spoglie, spesso e volentieri, sono state rinvenuti oggetti di uso comune facenti parte del corredo terreno del defunto.
Altre ipotesi sostengono che il corpo veniva lasciato all'aperto per scarnificarsi e solo dopo, quando era ridotto ad uno scheletro, veniva riposto nelle grotticelle.

 

UN PENSIERO...

UN PENSIERO... - Sla ......pussa via!

 

 

 

 

 

La mia inutile corsa

 


 

Per gelidi inverni immersi nel silenzio

 

e vuote estati trascorse a rincorrere il nulla

 

per brevi notti regalate ai sogni

 

e interminabili giorni sposati alla noia

 

io ti ho cercata.

 

 

 

Per mondi sconosciuti ed ostili

 

e terre ignorate dal sole

 

lungo strade fangose e valli senza vento

 

 

 

dove i fiori non hanno un’età   

 

 

 

io ti ho cercata.

 

 

 

Per le vie sporche di una città abbandonata

 

dove occhi indiscreti e maligni

 

osservano il mio instabile cammino

 

dalle finestre socchiuse

 

io ti ho cercata.

 

 

 

Lungo le scale che portano alla Casa delle Streghe

 

dove la vecchia Regina prepara intrugli d’amore

 

per antichi ricordi ed eterne illusioni

 

sfuggendo il mio ieri per inseguire il domani

 

io ti ho cercata.

 

 

 

E ti ho trovata, finalmente.

 

Nascosta alle mie spalle.

 


Gian Cavallo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sla ......pussa via!