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Libri: Dostoevskij
DOSTOEVSKIJ
Fëdor (pronuncia: Fjodor) Dostoevskij, (1821 Mosca - 1881 Pietroburgo), grande romanziere russo, è stato fra i più importanti scrittori della letteratura dell’Ottocento. Il padre Michail Andreevic era medico in un ospedale per persone povere e la madre Marija Fëdorovna Necaeva era una donna molto fragile, devota e dal carattere mite. Fëdor è il secondogenito di sette figli. La famiglia apparteneva alla piccola nobiltà, ma viveva fra ristrettezze economiche continue, poiché i terreni acquistati nella provincia di Tula, a centocinquanta chilometri da Mosca, per i genitori non furono che fonte di continui grattacapi e perdite economiche. Per i giovani figli invece rappresentarono un luogo di grande suggestione e una felice meta per le vacanze estive.
Nel 1833 Fëdor ed il fratello maggiore Michail vennero sistemati presso la famiglia Drasusov, un francese trapiantato a Mosca, insegnante di scuola secondaria, il quale preparò i due giovani all'ingresso nella eccellente scuola-pensionato di Leopold Cermak.
Fëdor era un ragazzo serio e pensoso che difficilmente si distaccava dai libri. Quando si concedeva alcune ore libere dallo studio si appassionava in discussioni con gli allievi della scuola più grandi di lui.
Il 1836 e il 1837, per la Russia, sono anni carichi di durissime reazioni politiche, ma sono momenti prodigiosi per la letteratura: Gogol', Belinskij, Tjutcev, Zukovskij, Lermontov e lo stesso Puškin, che in un duello muore nel 1837, sono autori che Fëdor Dostoevskij legge con grande entusiasmo. Nel 1837 morì la madre e la famiglia si disgregò completamente. L'anno successivo Fëdor, insieme al fratello maggiore, venne ammesso alla scuola di Ingegneria di Pietroburgo, che era anche scuola militare.
Nel 1839 morì anche il padre in tragiche circostanze, per Fëdor fu una notizia tanto terribile da causargli un attacco di convulsioni, malattia che lo accompagnerà per il resto della vita. Terminati gli studi nel 1843, Dostoevskij venne nominato ufficiale e assunto presso la Direzione dell'Esercito; il lavoro gli consentiva spazi da dedicare alla letteratura, divenuta la sua più grande passione. Traduce l'opera "Eugénie Grandet" di Balzac, autore che considera fra i più grandi scrittori del suo tempo. Legge le opere di Goethe, Hugo, Shakespeare, Byron e Schiller. Con la paga e la rendita dell'eredità paterna potrebbe vivere discretamente, ma l'irrefrenabile passione per il gioco, che gli farà perdere migliaia di rubli, lo costringeranno ad un'esistenza piena di debiti e ad essere costantemente assediato dagli usurai.
Intanto in Dostoevskij è ormai matura la vocazione di scrittore, pertanto si congedò dagli incarichi di lavoro per dedicarsi alla scrittura. L'esordio letterario avvenne col romanzo “Povera gente" al quale fece immediatamente seguito "Il sosia", e, poco dopo, “Le notti bianche" .Queste opere ebbero un grande successo di pubblico, e sollecitarono anche l'entusiasmo dei critici Belinskij e Nekrasov.
Dostoevskij, intanto, lavora ad un nuovo importante progetto letterario, un primo grande romanzo, "Netocka Nezvanova", che si articolerà in sei parti. Nel titolo è presente il nome di una donna, la cui presenza apparirà in ogni parte dell'opera, ciascuna autonoma sul piano narrativo. Tuttavia, l'intenso lavoro letterario non distoglie completamente il giovane Dostoevskij dagli interessi politici, che animano in lui il desiderio di risolvere i gravi problemi sociali della sua gente e che lo inducono a frequentare i circoli socialisti, trasgredendo le severe leggi della Russia zarista. Queste frequentazioni nella primavera del 1849 provocarono il suo arresto. Dostoevskij, dopo essere stato giudicato colpevole di aver partecipato ad un complotto, venne condannato a morte. Condotto nella fortezza pietroburghese di S. Pietro e Paolo, vi trascorse nove mesi. L'esecuzione fu fissata per il 22 dicembre. All'alba di quel giorno i condannati vennero condotti al luogo della fucilazione. Il plotone di esecuzione, schierato, aveva già puntato le armi, quando l'esecuzione fu sospesa. Lo zar, già da una settimana, aveva commutato la condanna a morte in condanna ai lavori forzati, ma l'ufficiale preposto, aveva volontariamente inscenato la tragica fine. Dopo questa prova drammatica, in Dostoevskij si aggravarono gli attacchi di epilessia e la violenza del trauma lasciò in lui tracce indelebili di sofferenza. La condanna, commutata in quattro anni di lavori forzati, dovrà essere scontata in Siberia. A questa deportazione si sommeranno altri cinque anni di esilio.
Scarcerato nel 1854, affrontò gli anni dell'esilio presso una guarnigione ai confini con la Mongolia. Qui può finalmente ricominciare a scrivere e a leggere opere letterarie e ristabilire contatti epistolari con gli amici. Può anche sposare Maria Dmitrievna, una donna conosciuta due anni prima, e che nel frattempo era rimasta vedova. Dopo aver ottenuto la riabilitazione al grado di ufficiale, nel dicembre del 1859, ottenne il permesso di potersi ristabilirsi a Pietroburgo.
Ripresa l'attività letteraria a pieno ritmo, nel 1861 iniziò a collaborare con la rivista mensile diretta dal fratello Michail, "Il tempo", sulla quale, a puntate, pubblicò "Memorie di una casa di morti". In questo romanzo autobiografico Dostoevskij descrisse le terribili esperienze della vita carceraria, pagine psicologicamente penetranti, e già rivelatrici delle sue fondamentali convinzioni, secondo le quali un delinquente, più che un individuo moralmente imputabile, spesso è uno sventurato e un infelice da comprendere. Con quest'opera Dostoevskij abbandonò le convinzioni ateo-socialiste, e con un intenso fervore si rese sensibile interprete dei conflitti e delle contraddizioni dell'animo umano; analizzò per la prima volta il problema del male e della sua redenzione attraverso la sofferenza. Nella stessa rivista pubblicò "Umiliati e offesi" con cui rivolse l’attenzione al mondo degli emarginati. Nel 1862 si allontanò dalla Russia per compiere i suoi primi viaggi all'estero: Germania, Francia, Svizzera, Italia. Nel frattempo la rivista "Il tempo" è costretta a chiudere per problemi con la censura, ma i due fratelli ne fondarono un' altra: "L'Epoca". Sul primo numero comparve un breve romanzo "Memorie dal sottosuolo”, un'indagine nei recessi della natura umana, per scoprirne i comportamenti coscienti ed incoscienti. Nell'aprile del 1864 morì la moglie, nel luglio dello stesso anno morì anche il fratello Michail e quindi cessò anche l'attività editoriale, che pose Dostoevskij in gravi difficoltà economiche.
Addolorato per la perdita degli affetti più cari, lo scrittore si attaccò all'alcool e al gioco d'azzardo, che gli farà perdere ingenti somme di denaro. La vita disordinatissima che conduce, le continue crisi di nervi e gli attacchi di epilessia, lo rendono ancora più sofferente. E' questo il momento in cui scrive "Delitto e castigo” che, pubblicato nel 1866, ebbe un successo enorme. In questo romanzo Dostoevskij, con una straordinaria capacità d'analisi, si rivelò potente esploratore dei drammi profondi dell'anima e delle sue sofferenze morali. In questo stesso anno iniziò la scrittura de "Il giocatore", un romanzo autobiografico in cui narrò le vicende di un uomo divorato dalla passione per il gioco e divorato dai debiti. Per accelerare la stesura di questo romanzo e rispettare gli impegni assunti con l'editore Stellovskij, ricorse alla collaborazione di una dattilografa: Anna Grigor'evna Snitkina, che sposerà nel febbraio 1867. Una donna molto più giovane di lui, ma che fu per lui compagna di vita e collaboratrice impagabile. Con lei, per sottrarsi all'incessante persecuzione dei creditori, partì per l'estero dove rimase per quattro anni. Visitarono Berlino, Dresda, Ginevra e Baden-Baden, dove incontrò Turgenev. Sono anni sereni, nonostante la necessità di denaro lo costringa ad un lavoro massacrante. La sua attività di scrittore è assai proficua e prosegue con la pubblicazione di due opere di capitale importanza: “L’idiota” e “I demoni”. Nel gennaio del 1868, a Ginevra, nacque la sua prima figlia Sonja che muore due mesi dopo. Per lo scrittore il dolore è grandissimo, ma alleviato dalla nascita, nell'anno successivo, a Dresda di una seconda figlia : Ljubov. La lontananza dalla Russia accresce in Dostoevskij la nostalgia, tanto da indurlo a tornare in patria, e a ristabilirsi con la famiglia a Pietroburgo, città che egli predilige. Dopo la nascita di un altro figlio, Fëdor , accettò di dirigere la rivista "Il cittadino", fra le cui pagine tenne una rubrica intitolata "Diario di uno scrittore", dove commenta, mensilmente, i fatti del giorno e gli avvenimenti politici. Un impegno che lo coinvolse per tre anni. Nel 1875 nacque il suo quarto figlio, Aleksej, e pubblicò il romanzo "L'adolescente". Nello stesso anno ottenne l'autorizzazione per la realizzazione autonoma del "Diario di uno scrittore". Con la sua autorevolezza intervenne nel far assolvere la contadina Korlinova, in prima istanza condannata ai lavori forzati e all'esilio perpetuo in Siberia, per aver tentato di uccidere un uomo. Dopo il numero del dicembre 1877, la pubblicazione del "Diario di uno scrittore " si interruppe. Nel maggio del 1878 morì il figlio Aleksej per un attacco improvviso di epilessia. Per superare quest'ultima tragedia Dostoevskij iniziò a frequentare il filosofo Vladimir Solov'ev, rifugiandosi con lui, per un certo periodo, nel convento di Optina Pustyn.
Ritrovata una maggior tranquillità interiore, Dostoevskij poté dedicarsi alla composizione dell'ultima sua opera, "I fratelli Karamazov", considerata il suo capolavoro. Il successo fu travolgente, tanto che, verso la fine dell'anno 1880, pubblicata in volume, venderà 1500 copie in pochi giorni. Con quest'opera Dostoevskij costruì una struttura narrativa articolata e complessa, ricca di eventi e situazioni di cui sono protagonisti personaggi tormentati dalle passioni e da tensioni e aspirazioni spirituali.
La sua salute intanto peggiorava - era ammalato di tisi - e le cure mediche non riescono a dargli giovamento. La moglie gli era sempre stata vicino e lo assistette con devozione. Dostoevskij il 28 gennaio 1881 muore nella sua casa di Pietroburgo. Il suo funerale fu celebrato di fronte ad una folla immensa raccoltasi per la sua commemorazione.
DELITTO E CASTIGO
Un capolavoro della letteratura russa dell’Ottocento. Ha tutte le caratteristiche del romanzo giallo, poliziesco, politico e sociale insieme. Raskolnikov, abbandonati gli studi, vive a Pietroburgo in condizioni di estrema indigenza, “in una stanzuccia proprio sotto il tetto di un alto casamento a cinque piani”, che assomiglia a un armadio più che ad un’abitazione. Mortificato da questa situazione, dal pensiero di madre e sorella che si sacrificano per i suoi studi, ma soprattutto convinto della sua superiorità di uomo, uccide una vecchia usuraia e la sorella minore di lei che sfortunatamente è presente al momento del delitto.
In realtà per l’ex studente Raskolnikov, non si tratta neppure di delitto, per lo meno inizialmente. In fondo la storia è stata fatta da “uomini non comuni”, da uomini di valore che si contrappongono a tutti gli altri anonimi e “comuni”. Quelli di valore possono commettere ogni sorta di delitti e trasgredire la legge al contrario di quelli comuni che sono tenuti all’obbedienza e al rispetto delle regole.
E Raskolnikov uccide per fini superiori una inutile vecchia, avida e malvagia. Lui con i soldi che le sottrae può realizzare grandi progetti e risolvere i suoi e i problemi altrui. Lui è certamente un superuomo, un Napoleone a cui è concesso di compiere azioni estreme.
Dopo il delitto, però, Raskolnikov comincia ad essere attanagliato dai sensi di colpa, dal rimorso, e in preda alla febbre, è ossessionato da tremende allucinazioni. La disperazione e la paura prendono il sopravvento. Imprevedibili e inattesi sentimenti straziano il suo cuore. Quello che aveva creduto un gesto lecito, perfino nobile, si rivela in tutta la sua cruda verità di atto spregevole. La narrazione diventa un viaggio nella coscienza dell’assassino evidenziandone gli aspetti contorti e perversi. La sofferenza, il delirio, il tumulto dell’animo sono il filo conduttore di tutto il racconto.
Preso da una forte sensazione di colpevolezza, si reca varie volte presso il giudice istruttore Porfirij Petrovič e desta così i suoi sospetti. Benché il giudice sia convinto della colpevolezza di Raskol’nikov, Profirij intende ottenere riscontri certi. Raskol’nikov si avvicina allora lentamente e senza accorgersene a quelli anche che prima tentava di dominare col suo disprezzo.
Fa la conoscenza di Sonia, una giovane prostituta. È commosso dalla sua innocenza: essa vende il suo corpo per fare fronte alla miseria del focolare familiare. Raskol’nikov confessa il suo crimine a Sonia, che lo spinge a riconciliarsi con la fede e a consegnarsi alla giustizia. Viene condannato alla deportazione in Siberia. Mentre è in prigione scopre che sua sorella si è sposata e sua madre sofferente per la lontananza dal figlio è morta. A questo punto si rende conto di aver recato sofferenza e dolore ed anche lui anela alla morte, credendo che sia la soluzione più adatta, ma poi capisce di amare Sonja e di dover vivere per il loro amore. Capisce così che solo attraverso il castigo potrà riabilitare la sua anima dai peccati commessi e che l'amore lo potrà salvare, restituendogli una vita che sentiva di avere perduto. Sonja lo segue in Siberia dove vive nella stessa città della prigione. Qui ella si crea un'occupazione come sarta e si rende anche utile ai detenuti che la amano sinceramente. È anche qui che Raskol'nikov comincia la sua rinascita spirituale, quando finalmente comprende e accetta di amarla.
Dostoevskij penetra nel labirinto della mente umana e ne esplora i meandri in maniera straordinaria.
Come ha scritto Ettore Lo Gatto, un tempo professore di letteratura russa all’università di Roma: «Raskol’nikov accetta la condanna degli uomini e si salva così moralmente. Raggiunge la luce abbandonandosi alla corrente della vita per lasciarsi portare in salvo, rinunciando alla lotta e aggrappandosi ai valori elementari dell’uomo per trovare la bontà primigenia: è la salvezza tragica russa attraverso la sottomissione passiva».
I FRATELLI KARAMAZOV
“I fratelli Karamàzov“ è l'ultimo romanzo scritto da Dostoevskij ed è spesso ritenuto il vertice della sua produzione letteraria.
Pubblicato a puntate su "il Messaggero russo" a partire dal gennaio 1879, lo scrittore riuscì a completare l'ultimo capitolo solo pochi mesi prima di morire. La trama del romanzo si sviluppa attorno alle vicende dei membri della famiglia Karamàzov, al contesto in cui matura l'assassinio di Fëdor, il capofamiglia e al conseguente processo nei confronti di Dmitrij, il figlio primogenito accusato di parricidio; ad un livello più profondo è il dramma spirituale scaturito dal conflitto morale tra fede, dubbio, ragione e libero arbitrio.
Il libro è considerato uno dei più importanti dell'800 e di ogni tempo.
Nei primi capitoli l'autore presenta i personaggi, iniziando dal vecchio Fëdor Pavlovič, padre dei tre fratelli protagonisti e proprietario terriero in un distretto di provincia, uomo volgare e dissoluto, capace soltanto di volgere a suo vantaggio gli avvenimenti.
Questi si era sposato dapprima con Adelaida, una fanciulla di temperamento romantico che aveva accettato di diventare sua moglie per potersi liberare da un ambiente familiare dispotico, non per vero amore. Ella in seguito aveva abbandonato il marito e il figlioletto Dmitrij, che era stato allevato in casa di alcuni parenti, sviluppando sentimenti contrastanti nei confronti dei genitori.
Da un secondo matrimonio, con Sofia sono nati Ivàn e Aleksej. La donna era dolce e aveva colpito Fëdor per la sua bellezza, ma il comportamento rozzo e insensibile che egli dimostrava nei suoi confronti, avevano fatto ammalare la donna, che presto sarebbe morta.
Ivàn cresce chiuso in sé stesso, intelligente, scettico seppur assetato di fede. Aleksej è diverso dal fratello, ed entra in un monastero per sfuggire dalla malizia umana: di carattere leale, egli cerca la verità nella fede e per essa è disposto a sacrificare ogni cosa.
Il fratello maggiore Dmitrij, che ha, oltre il motivo degli interessi, altre ragioni per odiare suo padre, è il primo a confessarsi con lui.
Dmitrij ha conosciuto, quando era nell'esercito, Katerina, una fanciulla molto bella che aveva bisogno di un prestito per suo padre. Dmitrij la invita a casa sua pensando di ricattarla, ma quando si trova alla presenza della giovane, le consegna la somma e la congeda. Dopo poco tempo, Katerina restituisce la somma e confessa a Dmijtri il suo amore. I due si fidanzano, ma poco tempo dopo Dmijtri si innamora, di un amore tutto passionale, di Grušenka, donna bellissima ma piena di rancore verso tutti gli uomini che le hanno fatto del male. In questo suo torbido amore Dimijtri incontra un rivale proprio in suo padre, il vecchio Fëdor, che vuole sposare Grušenka. Intanto Katerina è attratta da Ivàn, che la ricambia.
Un terribile scontro verbale esplode tra i due nel monastero dello starec Zosima, dove era stato organizzato un incontro chiarificatore alla presenza di tutti i fratelli, del padre e dello stesso starec, a cui Aleksej era devoto. Improvvisamente lo starec Zosima si alza e si prostra dinanzi a Dmitrij; in seguito rivelerà ad Aleksej di averlo fatto perché aveva compreso che il giovane avrebbe dovuto affrontare un grande sacrificio.
Alëša conosce Iljuša, il figlio d’un vecchio capitano che Dmitrij ha profondamente offeso e che è molto abbattuto per l’umiliazione subita dal genitore. Iljuša, malato e dall'animo generoso e fiero, commuove Alëša, che ha pietà del piccolo e vorrebbe che l’offesa recata dal fratello venisse perdonata. Alëša conosce anche Lisa, che si innamora di lui e glielo svela con una lettera. Il giovane novizio, sorpreso, si lascia andare alle nuove sensazioni.
Un giorno Ivàn si confida con Alëša: nascono le pagine più tormentate del romanzo, che riflettono le idee di Dostoevskij sulla natura umana e sul destino degli uomini. Alle domande sull'esistenza di Dio, sul senso del dolore e sull'essenza della libertà, Ivàn propone al fratello la trama di un suo poemetto, in cui appaiono le linee d’una soluzione a quei difficili problemi. A ciò è dedicato il capitolo de "Il Grande Inquisitore", considerato una delle massime vette del romanzo.
Gli eventi maturano e Ivàn, che si è costruito una sua personale filosofia sul destino dei Karamàzov, progetta di uccidere il padre. Smerdjakov, figlio naturale di Fëdor che questi tiene in casa come un servo, se ne accorge, e ispirato dal progetto di Ivàn si prepara ad agire lui stesso.
Dmitrij, che sa che il padre vuole sposare Grušenka e vorrebbe fuggire lontano con la fanciulla, prima di realizzare il suo progetto vuole restituire a Katerina una somma di tremila rubli, ma non sa dove trovare il denaro. Non esita a rivolgersi a molte persone che lo respingono e lo gettano nella disperazione. Si arma quindi di un pestello di bronzo e corre alla casa del padre, deciso ad ucciderlo se lo scoprisse insieme a Grušenka. Attraverso la finestra illuminata, però, vede il padre da solo, si allontana stravolto e colpisce con il pestello un servitore che aveva cercato di fermarlo. Dmitrij corre da Grušenka, ma viene a sapere che la donna è partita per Mokroje insieme ad un altro uomo. Dmitrij pensa che sia meglio uccidersi: con i soldi che avrebbe dovuto restituire a Katerina compra liquori e dolci, poi si fa condurre in carrozza a Mokroje, dove intende trascorrere la notte nei bagordi per poi uccidersi. Ma a Mokroje trova Grušenka insieme ad un vecchio amante, che vuole sottrarre alla giovane del denaro. Dmitrij riesce a smascherare il vecchio e trascorre la notte con Grušenka, bevendo al suono della musica zigana.
All’alba, però, la polizia fa irruzione nella camera e arresta Dmitrij con l'accusa di omicidio. Infatti, il vecchio padre Fëdor è stato ucciso, e si sospetta proprio di Dmitrij. Nessuno, tranne Ivàn, sospetta di Smerdjakov che è il vero colpevole.
Da questo momento il racconto si impernia sul processo a cui è sottoposto Dmitrij e sull'analisi psicologica dei vari personaggi colpiti dal dramma. A predominare è il tormento interiore di Ivàn che, attraverso lunghi e snervanti soliloqui, si convince delle proprie gravi responsabilità. A Smerdjakov, che gli mostra i denari sottratti a Fëdor, Ivàn manifesta tutta la sua perplessità. L’animo già molto fragile di Smerdjakov ne resta colpito e l'uomo si uccide. Ivàn al processo, descritto con minuzia in un variare continuo di prospettive, confessa la verità, ma non viene creduto: Dmitrij viene condannato ai lavori forzati.
Nell’epilogo viene descritta una situazione dai contorni sfumati, in cui l'autore lascia intravedere soltanto una debole speranza. Ivàn, in preda ad un grave attacco di febbre cerebrale, si trova a casa di Katerina; avendo previsto la malattia, egli ha predisposto per iscritto un piano di fuga per Dmitrij, da mettere in atto nel momento in cui trasferiranno il giovane uomo in Siberia. Katerina ha un commovente incontro con Dmitrij per organizzare il piano. Intanto Grušenka, ora fortemente innamorata di Dmitrij, è pronta a seguirlo ovunque. L’ultimo capitolo racconta i funerali del povero Iljuša, in un piccolo dramma di ragazzi che riflette il torbido dramma degli adulti. "Karamàzov!" gridò Kòlja. "È vero quello che dice la religione che resusciteremo dai morti e tornati in vita ci vedremo di nuovo tutti, anche Iljùšečka?"
"Resusciteremo senz'altro, e ci vedremo e ci racconteremo l'un l'altro allegramente e gioiosamente tutto quello che è stato" rispose Alëša a metà tra il riso e l'entusiasmo.
La “Leggenda del Grande Inquisitore” narrata da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov è senz'altro uno dei testi più celebri e allo stesso tempo più enigmatici della letteratura. E ogni volta che lo si rilegge è difficile non farsi toccare dal suo fascino. Ma chi è oggi il Grande Inquisitore? Non si tratta di dargli un nome e un cognome, perché è uno e molti allo stesso tempo. Potremmo, ad esempio, ritrovare tratti della sua personalità nelle posizioni di chi si sente investito del compito superiore di benefattore dell'umanità. Di chi dietro “saldi principi morali” vorrebbe annullare il rischio della libertà per “acquietare la coscienza umana una volta per sempre”. Anche recentemente la Leggenda è stata spunto per dibattiti che tendono a reinterpretare alla sua luce vicende contemporanee. Spesso la Leggenda è stata considerata come un racconto a sé. Nell'architettura dostoevskiana occupa sicuramente un posto speciale, paragonabile a quello che “Re Lear” e “La tempesta” hanno nel mondo di Shakespeare.
Ma in realtà nei Fratelli Karamazov si pone al culmine della disputa tra Ivan e Alëša. Ivan ha appena professato la sua ribellione a Dio perché non può accettare le violenze commesse su bambini innocenti. Per lui il fatto che c'è il male è la prova che Dio non esiste. Non c'è armonia futura che valga “una lacrima anche sola di quella bambina martoriata che si batteva il petto col piccolo pugno e pregava il buon Dio nel suo fetido stambugio versando le sue lacrime invendicate”. Ivan dunque rinuncia: “Hanno fissato un prezzo troppo alto per l'armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi”. Restituisce il suo biglietto a Dio, poiché la sua ragione non può risolversi ad ammettere e accettare la disarmonia che ancora regna nel mondo.
La sua rivolta è quella del Grande Inquisitore che formula un sistema di ordinamento basato sulla negazione della libertà concessa da Dio all’uomo. È questo lo sfondo in cui si inserisce la Leggenda, che racconta di Gesù che decide di tornare sulla terra e di andare a Siviglia in Spagna al tempo dell'Inquisizione. E tutti lo riconoscono, risveglia la fede e compie grandi miracoli. Proprio in uno di questi momenti viene notato dal cardinale grande inquisitore, una figura imponente di vecchio quasi novantenne, che lo fa subito arrestare. Quando scende la notte va a trovarlo in carcere dove si profonde in un lungo monologo davanti al silenzio assoluto di Gesù. L'inquisitore non può accettare che un Gesù redivivo sia tornato a disturbare la sua opera di benefattore dell'umanità, di uomini che non possono sostenere il peso della libertà e della responsabilità che Cristo ha loro donato. Si è così escluso dal cristianesimo tutto quanto è superiore alle forze dei più e lo si è ridotto alle loro possibilità e ai loro desideri.
Sullo sfondo c'è la posizione dell'uomo davanti al dramma della libertà che si ritrova addosso nell'avventura della vita. L'alternativa è tra il fare fino in fondo i conti con tale dramma o cercare di sfuggirvi. È da quel peso che vuole sollevarci il Grande Inquisitore, che rimprovera Cristo per il dono della libertà. Il programma sarà quello di alleggerire l'uomo da questo insopportabile fardello sostituendolo con l'autorità. L'umanità sarà così ridotta a un gregge felice, e la felicità verrà pagata al prezzo della libertà. Ma in realtà sarà solo una sua caricatura, una felicità fittizia indotta dal potere. Di qualsiasi genere esso sia: politico, economico, o perfino religioso. Quando infatti il potere, anziché essere al servizio della persona, tende a ridurla al proprio scopo, cercherà inevitabilmente di governarne i desideri per assicurarsi il massimo di consenso da una massa sempre più determinata nei suoi bisogni.
La questione posta da Dostoevskij è proprio qui: chi, come il Grande Inquisitore, ha la pretesa di sostituirsi all'esperienza della libertà con risposte preconfezionate, è quello che maggiormente tradisce la grandezza dell'uomo come essere unico e irripetibile. Infatti la sua unicità e irripetibilità è dovuta al fatto che esercita quella libertà personale che è tale solo quando è mossa dalla sua naturale ricerca di bene. Il personaggio incarnato dall'inquisitore si ripromette di tranquillizzare la società organizzando la sua vita attraverso un sistema di sicurezze materiali escludendo ogni rischio, intrapresa, creatività e qualsiasi azzardo d’amore. Di liberarla “dal grave fastidio e dal terribile tormento odierno di dovere personalmente e liberamente decidere”. (Graziano Tarantini)
Nei video seguenti la “Leggenda del Santo Inquisitore” tratta dallo sceneggiato realizzato da Sandro Bolchi per la RAI negli anni ’60, con un grande Umberto Orsini nel ruolo di Ivan.
MEMORIE DAL SOTTOSUOLO
La prima parte ( Il sottosuolo) è un monologo di critica sociale, dove vengono messi alla berlina gli ideali ottimistici del positivismo, che secondo l'autore non potrebbero mai condurre alla tanto agognata società del benessere, fondata su scienza e ragione, perché l'essere umano avrebbe un segreto desiderio di sofferenza, di sporcizia e di auto-umiliazione che non può essere arginato da nessuna teoria della ragione, né tanto meno da teorie religiose che propongano mielosi ideali di fratellanza umana.
Esempio lampante di questa irragionevolezza e di questo desiderio di sofferenza è il protagonista delle "memorie". Egli, infatti, racconta in che modo non sia riuscito a «diventare nemmeno un insetto». Il suo dramma è una profonda interiorizzazione della complessità della realtà; si ritiene un uomo eccessivamente riflessivo, troppo impegnato a ricercare la causa prima del suo agire, e quindi afflitto da una sostanziale accidia, opposto agli uomini cosiddetti d'azione, i quali riescono ad imporsi delle mete e a seguirle fino in fondo, grazie al loro disinteresse per le cause profonde del loro agire.
Da un lato egli invidia quest'ultima categoria di uomini e condanna lo spirito del suo tempo, il ventesimo secolo, che definisce «un secolo negatorio», ma d'altra parte si autodefinisce «uomo evoluto del nostro disgraziato secolo diciannovesimo». All'obiezione che gli si potrebbe formulare e che egli stesso prende in considerazione, ovvero che la sua condotta è irrazionale e svantaggiosa, egli risponde elencando le prove che, a suo avviso, dimostrerebbero l'irrazionalità dell'uomo nella Storia, come ad es. le guerre. Per il protagonista, le uniche conseguenze di queste considerazioni sono l'accidia e l'inattività, da cui deriva il ritiro dalla vita sociale, ovvero il suo rifugiarsi nel sottosuolo che dà il titolo al romanzo.
La seconda parte dell'opera (A proposito della neve bagnata) è un racconto in prima persona, in cui l'autore del precedente cupo monologo confessa alcune sordide azioni che ha compiuto nella sua vita, a dimostrazione di come anche una persona "istruita" e "a modo" come lui possa essere in realtà profondamente abietta.
I fatti narrati in questa parte del romanzo si svolgono sedici anni prima rispetto al monologo dal sottosuolo (infatti qui l'uomo del sottosuolo ha ventiquattro anni, mentre al tempo del monologo ne ha quaranta). Il protagonista narra dell'epoca in cui era un impiegato nella burocrazia del suo paese. Egli era già un uomo tormentato dai dubbi e dal senso di inadeguatezza, in particolar modo nei confronti dei suoi colleghi, che disprezzava, ma nei confronti dei quali si sentiva inferiore, per aspetto esteriore e per intelligenza. Ancora, però, vi era in lui la voglia di affermare la propria esistenza e di non soccombere all'ignavia, seppure attraverso azioni indegne.
Il primo episodio narrato riguarda il suo tentativo di sfidare a duello un ufficiale che l'aveva trattato con sufficienza in una trattoria. Inizialmente egli si prepara ad affrontarlo, gli scrive una lettera per invitarlo alla resa dei conti, con la speranza, in realtà, di costruire con lui una profonda amicizia dopo aver risolto i loro fantomatici contrasti. Alla fine, però, decide di non inviare la lettera e di accontentarsi di scontrarsi con lui battendo la propria spalla contro quella dell'ufficiale, sulla Prospettiva Nevskij dove spesso lo incontrava. La sua azione meschina gli dà soddisfazione per pochi giorni, perché immediatamente subentrano in lui dubbi e sensi di colpa.
Successivamente, cerca di affermarsi in società tornando a frequentare alcuni suoi ex compagni di scuola. Pur sentendosi inferiore anche a questi ultimi, i quali dimostrano di non avere alcun interesse a frequentarlo, riesce a partecipare a cena con loro. Qui alza il gomito e, dopo essersi reso ridicolo seguendo il gruppo in un postribolo, conosce una prostituta, Liza, e le fa credere di essere un benefattore e di provare dei veri sentimenti per lei. Ma quando tre giorni dopo la ragazza va a trovarlo a casa, perché fiduciosamente convinta che lui le avrebbe davvero cambiato in meglio la vita, egli le fa violenza e le lascia con disprezzo del denaro, che la poverina rifiuta fuggendo in lacrime.
Qui l'uomo del sottosuolo raggiunge il massimo dell'abiezione, in quanto, in questo modo, cerca di sfogare le sue frustrazioni su un soggetto ancora più svantaggiato e ancor meno integrato di lui nella società. Questo, però, non gli impedisce di sentirsi umiliato da lei. Lo stesso accade con il suo servo, Apollon: anch'egli, come i colleghi di lavoro, è disprezzato dall'uomo del sottosuolo, ma anche nei confronti di Apollon questi si sente spesso inferiore.
Un romanzo dell'Ottocento che conserva un'incredibile vitalità, un libro di quelli che ti leggono dentro. Narrazione e saggio filosofico presto si mescolano, per rappresentare il magma contraddittorio e incandescente degli umani impulsi interiori: l'amor proprio, la vendetta, l'irresolutezza, l'ingratitudine, il senso di colpa, il piacere e il dolore, la vergogna.
Una congerie di pensieri che spesso si avvolgono a spirale su se stessi. Uno stile energico e colorito, efficace e tortuoso, denso di contenuti. Oltre a Freud, Dostoevskij sembra qui anticipare Nietzsche e Kafka.
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